lunedì, ottobre 26, 2009

A NEW SILENT CORPORATION - Everything Is Exactly As It Seems



01. Time Discipline
02. Hiver
03. Will Noise
04. Reprise
05. WOTGG
06. Maple



Ogni cosa è esattamente come sembra. Il debutto degli A New Silent Corporation comincia così, senza alcun giro di parole, una posizione avvalorata dal carattere puramente strumentale del loro rock, lontano da qualsiasi etichetta, a volte roboante, altre muovendosi in punta di piedi. Semplice, come il candore dell’artwork, interrotto unicamente dalla visione lontana di alcune ciminiere, paragonabili alle incursioni elettroniche riscontrabili nella loro musica.
Senza abbandonarsi a futili tribolamenti, sempre in agguato in questo genere di proposte, il sestetto dimostra di puntare sull’insieme, nonostante gli andamenti prolungati di alcuni componimenti, necessità compositiva per esprimere al meglio un determinato mood.
Un immaginario lontano e sfocato fa da cornice a Time Discipline, con le sue frequenze radio che procedono a singhiozzo, a introdurre pochi arpeggi che crescono l’uno sull’altro, poggianti su scariche trip-hop da una parte e robusto rock dall’altra, componenti estremamente differenti ma necessarie al suono del gruppo, come se i Boards of Canada si unissero a chitarre ed atmosfere dei Callisto.
Se la parola d’ordine è semplicità, Hiver ne è sicuramente il testimonial per eccellenza, ordinata nel suo climax e diligente nel suo spegnersi sulle note più rilassate del finale, forse la canzone che insieme a Maple più si rifà ai 65DaysOfStatic , il risultato è comunque convincente nonostante i riferimenti siano chiaramente udibili.
Il vero piatto forte si trova però nel cuore del disco, il terzetto composto da Will Noise-Reprise e WOTGG è sicuramente quanto di meglio proposto dal combo, che nelle prime due cerca di scindere le colonne portanti presenti nella loro musica, riuscendoci con eleganza grazie alle reminiscenze di Eluvium della prima, con incisività nella seconda, dove fanno capolino i Red Sparowes.
WOTGG funge invece da collante per ogni sfumatura, ma lo fa in maniera personale e sicuramente con risultati ancora migliori dei precedenti componimenti, con i suoi cambi d’umore e le sue atmosfere sincopate, con l’ utilizzo dell’elettronica davvero convincente in un contesto del genere, dove è sempre la melodia a fare da padrona.
Nonostante alcuni spunti risentano molto dell’influenza di altri act ben più blasonati, un peccato comunque assolutamente rimediabile nel futuro prossimo, il risultato nel complesso è assolutamente da premiare, soprattutto alla luce della politica della band, decisa più che mai a lavorare autonomamente nella produzione della propria musica e di tutto ciò che vi ruota intorno.

Neuros

A New Silent Corporation @Myspace

lunedì, ottobre 12, 2009

THREE STEPS TO THE OCEAN - Until Today Becomes Yesterday




Tracklist:
01. December 31st 1844
02. It's a day, maybe more, since I saw you
03. Diomede
04. Remember Lynne Cox
05. It's a minute, maybe more, since I could see
06. Il Quinto Giorno



Nel panorama post-rock/metal le proposte di una certa rilevanza artistica stanno rivestendo un ruolo sempre minore e ciò è la ovvia conseguenza di un settore musicale ormai saturo e stagnante; se in Italia Larsen, Port-Royal e Giardini Di Mirò (grazie al recente “Il Fuoco") per quanto riguarda sonorità meno robuste sono tra i pochi nomi che stanno portando avanti un discorso interessante, varcando ulteriormente i confini stilistici è possibile scovare una nutrita serie di progetti che vale la pena di portare all’attenzione. Tra questi i Three Steps To The Ocean sono senza dubbio da considerare come uno dei migliori esponenti in circolazione, soprattutto vista la recentissima uscita del loro full-lenght d’esordio, “Until Today Becomes Yesterday”, edito in Italia ed Europa dall’attenta Frohike Records e per il mercato americano dalla Forgotten Empire Records.
La band lombarda si era già posta all’attenzione in ambito underground con un demo di tre pezzi risalente al 2006, mostrando già un songwriting maturo attraverso trame sonore articolate e struggenti, seppur ricalcanti il lavoro fatto in campo internazionale da nomi quali Pelican, Red Sparowes e Russian Circles.
Rispetto al demo i passi avanti fatti con “Until Today Becomes Yesterday” sono enormi sotto ogni punto di vista: scrittura, produzione, personalità, profondità espressiva, dinamiche, ricerca sonora, tanto che con un pizzico di sorpresa ma soprattutto grossa soddisfazione è possibile affermare che i gruppi internazionali sopracitati hanno attualmente solo da trarre esempio da un lavoro come questo.

Stilisticamente parlando ci troviamo davanti ad un perfetto mix strumentale di sonorità post-rock vicine a Mogwai ed Explosions In The Sky unite ad una certa urgenza tipica del moderno post-metal, puntando decisamente sul lato atmosferico e calibrandone mirabilmente le impennate che, una volta preso il sopravvento, si fanno sentire in tutta la loro imponenza senza però che si avverta un netto stacco come avviene invece in molti altri dischi che affollano il mercato, tutto fluisce in modo sorprendentemente naturale.
Le sei tracce in cui sono divisi i 40 minuti dell’album si rivelano ben studiate e densamente stratificate, confezionando un sound meno immediato e più corposo rispetto al recente passato, al tempo stesso il quartetto (batteria, chitarra, basso e synth/elettronica) è riuscito a rendere ancor più comunicativa e suggestiva la propria espressione artistica. Ad ogni strumento è stato dato il giusto spazio in fase di produzione (da citare il mastering a cura di James Plotkin) e l’attento, costante ma mai invasivo uso dell’elettronica si rivela perfettamente complementare ai paesaggi sonori tessuti dall'intreccio del resto degli strumenti, in particolare chitarre e synth.

L’opener December 31st 1844 è esemplificativa della maturazione del gruppo e delle coordinate del disco, tutto fluisce mirabilmente tra momenti di suadente malinconia e sontuose impennate, il brano poi complice la relativa snellezza compositiva si erge a suo perfetto biglietto da visita. It's a day, maybe more, since I saw you e It's a minute, maybe more, since I could see sono due intermezzi che incorniciano il cuore del disco, composto da Diomede e Remember Lynne Cox, ovvero gli episodi più complessi e narrativi, autentiche perle che rivelano il proprio valore e forza espressiva solo dopo svariati ascolti. Spetta poi a Il Quinto Giorno chiudere il discorso, raggiungendo nel suo finale probabilmente il picco emozionale dell’intero album.
La riuscita del disco risiede anche e soprattutto nella capacità di catturare l’attenzione dell’ascoltatore e trasportarlo con la sua visionarietà in una sorta di limbo atemporale; a tal proposito la stesura dei brani è legata ad un concept sullo scorrere del tempo, ove esso è talvolta solo effettivamente riscontrabile su di un calendario ma nella realtà, sotto i cambiamenti in superficie, tutto è simile a prima. Il racconto inserito all’interno del cd ed il suggestivo artwork sottolineano alla perfezione questo concetto.

-Edvard-

Three Steps To The Ocean @Myspace

sabato, settembre 12, 2009

INCOMING CEREBRAL OVERDRIVE - Controverso

image

Tracklist:
1. Reflections
2. Oxygen
3. Controversial
4. Science
5. Magic
6. Sound
7. Colours
8. There



Seconda prova in studio per la band pistoiese fresca di contratto con la SupernaturalCat, label ormai ampiamente affermata a livello internazionale grazie a Ufomammut, Morkobot e Lento. Proprio l’uscita del disco per una label così importante e riconosciuta è senz’altro da giudicare scelta coraggiosa da ambo le parti visto che le coordinate stilistiche degli Incoming Cerebral Overdrive sono sensibilmente lontane da ciò che l’ etichetta aveva prodotto fino ad ora. Detto questo si può tranquillamente affermare che la band un’opportunità del genere se la sia ampiamente meritata e se qualche afecionados della SupernaturalCat potrebbe storcere il naso nell’approcciare “Controverso” resta difficile non rimanere colpiti dall’impatto e dal micidiale amalgama sonoro a cui sono giunti nella loro sorprendente evoluzione questi cinque ragazzi, un netto passo avanti rispetto al pur valido album precedente, “Cerebral Heart”.
L’impianto sonoro di base è sempre quello, un mathcore legato alla lezione di bands seminali quali Botch e Coalesce, ma ora vengono lasciati da parte retaggi nu-metal con inserti di voce melodica in favore di un maggior urto frontale mediante l’utilizzo di continui cambi di tempo ed il susseguirsi di riff a profusione, senza rinunciare a stacchi dalle tinte psichedeliche ed a tratti reminescenti la scena progressive rock italiana dei 70’s. Su tutto si erge la performance vocale di Samuele Storai, parte integrate ed anzi decisiva nel rendere psicotica ed incontrollabile la rinnovata proposta della formazione toscana grazie ad uno stile decisamente variegato, capace di passare da un’ impostazione prettamente hardcore ad urla di stampo black metal, per arrivare al growl tipico del death metal.
L’apertura dell’album è quanto di più folgorante si possa ascoltare negli ultimi tempi nel panorama internazionale grazie al trittico Reflections/Oxygen/Controversial; la prima è senza dubbio tra gli highlights del platter ed in grado di miscelare mirabilmente furia hardcore, partiture complesse ad alto tasso tecnico e svisate progressive condite da un sapiente uso del synth, la seconda una scheggia impazzita di soli due minuti che prepara l’assalto della title-track, sbalorditiva nella sua potenza e fluidità, senza dubbio un singolo dall’altissimo potenziale (infatti ne è stato un girato un videoclip). La parte centrale del platter (Science e Magic) mostra invece delle aperture verso territori più imprevedibili ed atmosfere meno serrate, accentuando le tonalità ombrose che caratterizzano un pò tutta la tracklist, particolare che tocca il culmine nella conclusiva There, episodio atipico in cui si costruisce un’ intrigante atmosfera in crescendo ove non è difficile percepire rimandi ai Tool.
Otto pezzi per poco più di mezz’ora si rivelano una buona scelta in quanto l’ascolto non viene appesantito anzi, complice la scorrevolezza dei pezzi una volta concluso la cosa più naturale da fare è quella di ripremere il tasto play; ciononostante avremmo preferito ascoltare qualche traccia in più, magari con la speranza di vedere ulteriormente esplorata quella vena sperimentale legata al lato più progressivo della proposta e di cui Magic è senza dubbio l’episodio più significativo e riuscito.
Forse è cercare il pelo nell’uovo o forse, più semplicemente, è l’essere particolarmente esigenti con una band che si è visto crescere e che al momento, con ogni probabilità, non ha assolutamente rivali in Italia nel settore e deve confrontarsi con bands estere ben più famose ed acclamate.

-Edvard-

ICO @Myspace

domenica, settembre 06, 2009

MY JERUSALEM - Without Feathers



[1] Sweet Chariot
[2] Under Your Skin
[3] Heroin(e)
[4] Turtledove
[5] Remember Everything


My Jerusalem potrebbe essere il titolo di una storia che vede protagonista il songwriter americano Jeff Klein, il quale dopo parecchie esperienze soliste decide di formare una band, My Jerusalem per l'appunto, con alcuni dei musicisti incontrati lungo le innumerevoli collaborazioni. La storia continua attraverso le cinque canzoni dell' ep di debutto “Without Feathers”, splendida e candida riunione di atmosfere delicate dagli arrangiamenti ben orchestrati che denotano una particolare attenzione ai dettagli.

“Sweet Chariot” è l'episodio migliore ondeggiando tra pop, indie e folk ci entra dentro e non ci molla più. La seguente “Under Your Skin” invece ha il vago sapore di un ipotetico crocevia tra U2 e Bob Dylan, ci scappa via tra le dita lasciandoci un tenue e pacifico senso di giocosità e tenerezza. Continui gli ascolti e percepisci qualcosa che pare magico tra le note di un piano solitario (“Heroine”) o di un flusso rilassante tale da sembrare il sussurro di un amico eterno (“Turtledove”). I My Jerusalem giocano benissimo le loro carte regalandoci la sintesi perfetta di quello che vorremo sentire ampliato presto su lunga distanza. Tuttavia il breve (circa quindici i minuti totali di durata) “Without Feathers” è una piccola ma grandiosa perla da non perdersi di questo frenetico duemilanove musicale.

Sephiroth

My Jerusalem @Myspace

lunedì, agosto 24, 2009

DYSKINESIA - S/t

image

Tracklist:
1. L’ultimo giorno
2. Giorno zero
3. Il primo giorno
4. Il secondo giorno
5. Adesione al principio di conservazione della materia



A due anni dall’uscita di “Live In Prypiat”, ep uscito sotto Varjot Prod., e dopo un rinnovamento di line-up, l’ogre a nome Dyskinesia è tornato a camminare lungo la sottile linea musicale che divide la delizia dal supplizio, e mai come in questo caso sta interamente all’ascoltatore scegliere da che parte stare, perché il gruppo non offre aiuto alcuno nella scelta.
Primo disco in studio della formazione piacentina, coproduzione Frohike Rec.-Cold Current Prod.-Creative Field Rec., mostra come i germogli di talento mostrati in precedenza siano ormai maturati in velenosi frutti, segno di una crescita costante sotto ogni aspetto. Il suono ha cambiato forma, si è liberato dagli standard che lo volevano imbrigliato in un pantano costantemente in bilico tra lo sludge, doom e ricami ambientali ma riesce comunque a mantenere un filo conduttore con gli episodi passati, come i quindici minuti di Napoleone Sottovuoto, visionaria e malsana, archetipo per l’instabilità sonora raggiunta in questo nuovo album.
Addentrarsi nelle cinque tracce è una processione dolorosa attraverso una sinapsi deviata, e quanto imbastisce in un istante L’Ultimo Giorno è un buio impenetrabile, congestionato dalla fisicità estrema figlia dei Neurosis della seconda metà dei ’90, con un robotico ritmo che può ricordare i Godflesh di Streetcleaner, un singhiozzo di note che stentano a venire in superficie, dimenandosi in uno strato di viscoso nero; nulla può l’inganno di quiete che arriva nel finale, trascinato da una coda tra il rumore e la psichedelica che porta solo ulteriore alienazione.
A prova che i Dyskinesia siano un progetto totalizzante vi è la galleria degli orrori di Giorno Zero, che ben si addice all’artwork del disco: confezione da 7” con all’interno il cd, dove le tonalità del grigio rappresentano paesaggi urbani, mentre la copertina è affidata a un luna park in disuso che grida desolazione. Tra pareti drone si muovono fruscii acuti e versi in lontananza, un sottofondo alieno che si muove perpendicolare al suono di chitarra e forma angoli tetri.
Il Primo Giorno presenta i connotati di quello precedente, ma con il trascorrere dei minuti comincia a trasparire un tenue bagliore di melodia incastrata tra ricordi new-wave, chiave di volta per la venuta de Il Secondo Giorno, tirata allo spasmo e in modo tutto suo addirittura orecchiabile con quelle voci eteree in perenne scontro con il muro di chitarre, una battaglia per non essere sommerse, una qualità che è accostabile a quella dei The Angelic Process, una costante ricerca di luce al limite dell’utopia, sicuramente uno dei punti più alti del disco.
Adesione Al Principio di Conservazione della Materia è l’epilogo, il boccone desiderato nonostante il ventre pieno, voluto unicamente per gola, e con i sue cinque minuti di pieni e di vuoti che si protraggono in un crescendo rareffato potrebbe essere un’indicazione per il futuro, abbastanza prossimo se si considera che queste canzoni risalgano a circa un anno fa.
Il presente intanto ci testimonia come i Dyskinesia sappiano districarsi tra le diverse sfumature di nero, risultando esaltanti nel loro personale modo di trovare un’uscita dagli incubi.

Neuros

Dyskinesia @Myspace

sabato, agosto 08, 2009

LvQ - (Y)

image

Tracklist:
01. 8861389 Emicranie
02. –
03. Null
04. Ghirri
05. Damare
06. XX Secolo e ½
07. 90 Lanostracifraepocale


Lineup:
Bobo / Batteria e Percussioni
Nicola / Basso
Bruno / Chitarra
Riccardo / Synth, Mac, Game Boy
Dj L “Larry Lorenzo” / Giradischi, Campionature, Elettronicherie



Debut autoprodotto per questi cinque ragazzi dalle province di Verona e Vicenza. (Y) è stato registrato nel 2008 con la collaborazione di Matteo Gaiarsa Dalla Valle e già dall’artwork dai riferimenti neodadaisti ad opera del chitarrista Bruno si evince come l’opera incorpori un discorso su diversi livelli (musica, cinema, arte, storia), avvalendosi in particolare di svariati campionamenti.
L'impianto sonoro di base mette in luce un'urgenza tipicamente rock alla quale si aggiungono inserti jazz, spruzzate elettroniche e sfumature psichedeliche, influenze quali Tool, Massive Attack, Boards of Canada, Mogwai, Pink Floyd si possono percepire ben miscelate durante l’ascolto. La band dimostra di possedere un bagaglio tecnico di tutto rispetto, in particolare decisiva si rivela la sezione ritmica che con disinvoltura regge e dona dinamismo alle composizioni, in seconda battuta poi chitarra, synth, sampler e turntablism condiscono e caratterizzano le variazioni all’interno di ciascun brano.
L’opener 8861389 Emicranie è forse l'episodio più riuscito ed esaustivo del percorso e delle coordinate stilistiche di questo progetto, ove attraverso dieci minuti decisamente progressivi si passa con sorprendente facilità dal rock, al jazz, all’ambient, il tutto impreziosito da campionamenti tratti da Pi Greco di Aronofski e Persona di Ingmar Bergman.
Ghirri, suadente intermezzo psichedelico evidentemente dedicato al grande fotografo emiliano collega i due brani successivi, Null e Damare, convulsi ibridi tra rock ed elettronica dalle molteplici sfaccettature.
Riusciti e funzionali all’opera si rivelano anche gli altri due brevi intermezzi che intrecciano i vari brani, ovvero - e XX Secolo e ½, il primo legato al visionario incubo lynchiano di Mulholland Drive, il secondo un frenetico mix di campionamenti tratti da importanti fatti della cronaca del nostro paese (Il caso Moro, La strage di Capaci, Le stragi del 1993, L’ultimo discorso di Mussolini). L’album si chiude con 90 lanostracifraepocale, una riproposizione alquanto personale ed up-tempo di sonorità post-rock, in cui fa capolino un riflessivo break centrale caratterizzato da un indovinato campionamento tratto da 2001: Odissea nello Spazio di Kubrick.
In conclusione si può parlare di una proposta dall'approccio non immediato, che rifugge punti di riferimento costanti, ma è proprio il continuo rimando a diversi livelli percettivi che rende il lavoro di questi ragazzi particolarmente interessante e fresco, pur con tutte le piccole imperfezioni del caso. LvQ si delinea come un progetto artistico e concettuale a tutto tondo, in grado di sorprendere ma senza venir meno ad un certa coerenza d’intenti, quanto basta per promuoverne l’operato e guardare con fiducia e curiosità ai passi successivi.

-Edvard-

LvQ @Myspace

martedì, luglio 28, 2009

FOG IN THE SHELL





A qualche mese di distanza dall'uscita dell'ottimo Private South, abbiamo contatto Marco e Luca dei Fog in the Shell che ci hanno aiutato in maniera davvero esaustiva a fare il punto della situazione e gettare luce su alcuni fatti passati...

Ciao ragazzi, prima di parlare del nuovo disco, potreste raccontarci in pillole da dove vengono i Fog in the Shell?

(Marco) Fog in the shell è un nome lungo, e per certi versi anche poco apprezzabile, che ci accompagna ormai da tempo. È stato usato per la prima volta (con l’articolo determinativo inglese davanti) come titolo per una delle musicassette che registravo in maniera del tutto amatoriale e sconclusionata in camera mia (a Milano): allora si parlava di folk/rock lo-fi, sicuramente scarno e minimale. Ad un certo punto la sigla TFITS è uscita da camera mia per qualche concerto in solitario; contemporaneamente suonavo in un gruppo noise-core chiamato Lasofferenza. Quando questo, letteralmente, morì, decisi di ripartire da TFITS e di trasformare il progetto in un gruppo: cominciai a suonare con Luca (di Novara, già One Fine Day, The Diamond Sea, ed un’altra dozzina di progetti musicali) alla batteria (i primi concerti insieme sono dell’inizio del 2002, se non ricordo male). Col tempo si sono aggiunti Federico (ex Lasofferenza) e Stefano, formazione che suona in “A Secret North”, pubblicato nel 2004 dalla Dufresne. Da allora il gruppo ha perso l’articolo davanti al nome, mentre Federico e Stefano hanno lasciato il posto ai novaresi Graziano alle tastiere, Adriano (ex OneFineDay, Corey, etc.) all'’elettronica e Nicola (ex Corey, etc.) al basso. Siffatti, i FITS hanno registrato “Private South”, l’ultimo album.

Son passati pià di due anni dall’uscita di “A Secret North”, vostro disco di debutto, come avete impiegato tutto questo tempo?

(Marco) In realtà di anni ne son passati ben più di due, considerando che “A Secret North” è uscito nel 2004. Da allora c’è chi ha messo su famiglia, chi la famiglia l'ha distrutta, e, considerando anche che l’età media dei componenti dei Fits è vicina ai 33 anni, tutti ormai sono presi anche dal lavoro (il che significa più soldi per una strumentazione decente, ma anche molto meno tempo da dedicare alle faccende del gruppo) e dalle proprie esistenze. Ciò detto, i pezzi che compongono l’ultimo disco sono nati ben prima della loro pubblicazione (tant’è che alcuni hanno esaurito il loro ciclo vitale e, ormai, non li suoniamo neppure più dal vivo). Si può dire infatti che, se non avessimo avuto le difficoltà e le sfortune che abbiamo avuto per arrivare alla pubblicazione, “Private South” sarebbe potuto uscire almeno nel 2006. Al di là dell’ultimo disco, in questo periodo di apparente stasi abbiamo prima percorso e poi abbandonato – buttando letteralmente un tot di brani inediti – alcuni filoni musicali, che abbiamo infine tralasciato per buttarci in qualcosa che fosse, almeno per noi, inedito rispetto a quanto fatto fin’ora (se dovessimo registrare un nuovo cd ora sarebbe parecchio diverso rispetto a PS). Inoltre, se escludiamo la partecipazione alla vostra compilation (per la quale ancora una volta vi ringraziamo), questi anni sono stati costellati da una serie di progetti abortiti, tra i quali vale la pena di citare almeno uno split su 7” con un valevole gruppo noise del sud Italia (disco mai uscito per defezione all'ultimo dell’altro gruppo) e la partecipazione ad una compilation organizzata da una web-zine nostrana (compilation poi scomparsa nel nulla). Gli inediti registrati per queste collaborazioni sarebbero dovuti confluire in un altro progetto dalla fine ahimè disastrosa, vale a dire lo split con i Vanessa Van Basten…


Qualche tempo fa era previsto uno split con i Vanessa Van Basten infatti, ma poi il progetto decadde, potete dirci cosa successe?

(Marco) Se i progetti sopraccitati non hanno mai visto la luce per colpe che non ci riguardano direttamente, qui invece la responsabilità è soprattutto nostra. Anzi, mi prendo prevalentemente la colpa io stesso per aver mandato tutto in vacca. L’idea dello split è sostanzialmente nata dopo una partitina e calcio (e relativo concerto) con i VVB qualche estate fa, in quel di Piacenza (serata organizzata dai Viscera///). Il disco poi ha vissuto il proprio iter, fatto di tempo speso per registrare i pezzi dei VVB, per accordarsi sull’artwork (un digipack serigrafato da Michele dei LaQuiete), per trovare le etichette e i soldi necessari alla pubblicazione, e via dicendo. In coda a questi naturali tempi tecnici, ad un certo tempo, per problemi eminentemente personali, ho ben pensato di chiudere il mondo fuori dalla porta di casa, rendendomi irrintracciabile da tutto e da tutti per un paio di settimane buone. Nulla di premeditato o direttamente dipendente con il disco, per capirci. I ragazzi dei VVB, che avevano giustamente fretta di far uscire lo split, non hanno evidentemente gradito, decidendo quindi di tirarsi fuori dal progetto (la loro parte di split è poi stata pubblicata come ep, praticamente in contemporanea a Private South). Sicuramente è stato un episodio spiacevole, per il quale mi scuso un'altra volta con i diretti interessati, oltre che un’occasione sprecata che ha, ahimè, lasciato dietro di sé qualche screzio.


Procediamo con ordine dunque: “Private South”. Nel titolo pare esservi una connessione con il precedente album : semplice sequel o cos’altro?

(Marco) Per il primo cd volevano un nome che facesse pensare al freddo, alla distanza, ad una strada lastricata di ghiaccio che porta agli scogli; per quello del secondo cercavamo l'esatto contrario. Si tratta di due punti cardinali che sono direttamente legati alle nostre persone (viviamo al nord, alcuni di noi hanno origini nel sud), ma che, in senso lato, dovrebbero indicare differenti coordinate dello spirito umano: da un lato l'interiorità, dall'altra l'esteriorità (anche intesa come espressione della sessualità).
Il Nord Segreto e il Sud Privato non sono l'uno la conseguenza dell'altro, bensì due singoli punti che coesistono sulla mappa geografica dell'anima.


A detta di chi scrive, il suono è una naturale evoluzione di quanto intrapreso con “A Secret North”, nonostante ciò le differenze sono evidenti. Come nascono le canzoni? Nel tempo è cambiato il vostro metodo di scrittura?

(Marco) I due dischi sono diversi perchè realizzati in momenti diversi, con diversi mezzi e persone differenti. Hanno sicuramente degli spunti compositivi in comune, ma altri sono stati completamente tralasciati; ad esempio mancano i brani acustici, che derivavano da un metodo compositivo “solistico”, e sta qui probabilmente la differenza sostanziale. Prima i brani erano in genere l'idea del singolo, che arrivava in sala prove con riff e buona parte della struttura in mente. Col tempo, sia per coesione tra i Fits stessi, sia perchè – più banalmente – il tempo per suonare s'è ridotto quasi esclusivamente a quello delle prove, il processo compositivo è mutato: ora tutti dicono la propria su tutto, e spesso i pezzi sono un insieme di riff differenti (che a volte coesistono armonicamente in contemporanea) ideati da persone diverse.

Il nuovo disco è sicuramente più “fisico” del suo precedessore, come mai questa svolta?

(Luca) Mah, sicuramente ha a che fare con l'ansia da prestazione, col fatto che stiamo diventando vecchi, col fatto che oramai ci sentiamo superati a destra e sinistra da ragazzi che hanno la metà dei nostri anni e fanno ciò che noi provavamo a fare qualche anno addietro. Non direi comunque che si tratta di un disco più fisico. C'è sicuramente più cuore e più sostanza. C'è molta più carne al fuoco, questo sicuramente si, ma credo di parlare a nome di tutti quando dico che probabilmente questa volta siamo riusciti a rendere il tutto più coeso, calcolando che è il nostro primo disco con questa formazione. Figurati che abbiamo già 4 pezzi nuovi che stupiranno molte orecchie, visto il nostro progressivo allontanarci dalle descrizioni che di solito vediamo sui poster e sui flyers quando suoniamo in giro...
(Marco) Da non sottovalutare anche il fatto che, mentre SN è stato registrato e mixato in cinque giorni, usando solo la strumentazione della Sauna, PS ha preso circa un paio di settimane di realizzazione, utilizzando la strumentazione che nel frattempo ci siamo creati. Insomma, una maggiore cura nel suono ci ha permesso probabilmente di creare un muro di suono che può risultare di maggiore impatto. Ma si tratta di normali sfumature inconsapevoli, e non di scelte preordinate.

In particolare il suono si è fatto più stratificato, se prima il risultato finale era più liquido e psichedelico ma tutto in evidenza, ora per rintracciare tutte le sfumature bisogna scavare in profondità, siete d’accordo?

(Marco) Siamo in cinque e cerchiamo sempre di suonare ciascuno qualcosa di melodicamente differente da quel che fa ciascuno degli altri componenti. Sicuramente il suono è quindi più stratificato rispetto ad un passato di composizioni forse più istintive, cosa che spesso ci ha dato problemi dal vivo, dato che il mettere o meno in evidenza uno strumento rispetto agli altri di fatto snatura il sapore di molti brani (anche se siamo sempre stati di bocca molto buona, per via della nostra line up siamo spesso l'incubo dei fonici dei posti dove suoniamo). Inoltre, sul cd abbiamo voluto approfondire certi arrangiamenti, sperimentando proprio cose che dal vivo non potremmo fare se non assoldando altri cinque chitarristi con cui suonare contemporaneamente. I ragazzi della Sauna studio hanno avuto di che sudare, stando dietro anche a più di 30 diverse tracce per singolo brano.

Un altro cambiamento importante è stato nell’utilizzo di synth ed effettistica. Prima erano in primo piano come inserti nella canzone, sul nuovo disco invece sono onnipresenti e fungono da struttura portante e da collante per ogni componimento…

(Marco) Molto banalmente: su SN i suoni elettronici sono stati aggiunti in fase di registrazione, in PS fanno parte delle strutture primarie perchè c'è gente che pensa espressamente ad essi e alle canzone attraverso essi.
(Luca) In realtà su Secret North, a parte la tastiera suonata da Marco de La Sauna su un brano e qualche synth spruzzato qua o là, non abbiamo utilizzato molta elettronica... La maggior parte di quello che senti arriva da chitarre, bassi, pedali e vecchi strumenti che venivano maltrattati da noi. Solo con questo album ci siamo presi la libertà di spaziare e sperimentare... ma ci siamo già stufati e abbiamo virato verso una forma canzone più tradizionale, con dell'elettronica usata in maniera più discreta e funzionale. Ora siamo al crocevia tra un mobile Ikea e le vecchie canzoni d'amore francesi anni '60.

Altra carta vincente è sicuramente la melodia. In un contesto alquanto “ostico” come il vostro questa viene spesso esaltata e, fatto ancora più importante, rimane impressa immediatamente. E’ stato qualcosa di premeditato o è scaturito in maniera naturale?

(Luca) La melodia nei pezzi è stata semplicemente una esigenza che ho sentito io in primis e che Marco ha assecondato in maniera egregia, visto che entrambi cantiamo sia su disco che dal vivo. Ora stiamo sviluppando ancora di più quel lato, partendo alle volte anche solo da melodie di voce e aggiungendo poche cose sopra. Insomma vogliamo diventare una onesta cult band... oramai i quattrini non li faremo più...

Siete consapevoli che band “più affermate” pagherebbero per un pezzo come Even If? Siete riusciti in cinque minuti a fare ciò che altri suonano in dieci o più. Crescendo, aggressione, melodia.

(Marco) Ti ringrazio molto per il complimento, probabilmente esagerato. Il pezzo in questione è l'esempio di una forma compositiva che s'è fatta sempre più di gruppo, come già scritto più sopra. Partendo da una linea di pianoforte, ciascuno ha aggiunto del suo sia a livello melodico che strutturale. A me piace perchè nella prima parte ha un arrangiamento decadente e vagamente “dark”, impulso che nei brani nuovi s'è fatto più preponderante. Il testo invece è preso di peso da una poesia di Borges, ma per fortuna non se n'è accorto nessuno.

I Hate Euclid è sicuramente la canzone più completa del lotto, per questa invece il dilatarsi del minutaggio è stato essenziale, soprattutto per arrivare alla deflagrazione finale, davvero d’impatto. Com’è nata e come mai la scelta di porla in chiusura di disco?

(Luca) È nata in maniera casuale come tutte le altre, lavorando di sottrazione. L'abbiamo messa alla fine perchè ci siamo resi conto che mancava solo lei.
(Marco) Si tratta dell'esempio più lampante dell'abuso di decine e decine di tracce sul singolo pezzo di cui parlavo prima... Inizialmente, la seconda parte del brano, rispetto a come veniva suonata dal vivo, doveva essere una cosa piuttosto impegnativa: era stata pensata per trombone, viola e violoncello, ma non riuscendo a trovare chi suonasse questi strumenti, o non riuscendo a metterli tutti insieme nella stessa stanza a suonare insieme, abbiamo fatto da soli, sostituendo fiati e archi sostanzialmente con molteplici linee sovrapposte di voce, chitarra a dodici corde, piano rhodes, elettronica e un gong da orchestrina gamelan sottratto a mio padre. Insomma, ci siamo arrangiati e insieme divertiti con lo studio.

I titoli delle canzoni fanno pensare a una ricercatezza di fondo, come sono scelti e a cosa si ricollegano?

In un contesto come il nostro (non mi riferisco tanto al “genere”, quanto al tipo di ascolto e alla fruizione che se ne può fare), il peso che si da ai testi è senz'altro minimo; forse non a caso non mi chiedi di questi ma dei titoli dei brani. E come i testi sono stati scritti poco prima di entrare in sala di registrazione, i titoli definitivi sono stati decisi poco prima di andare in stampa con le grafiche. Noi li abbiamo sempre chiamati con nomi diversi e ridicoli, diciamo “di lavorazione” (la “lunga”, “graziano”, “trattore”, e via dicendo) e così li chiamiamo tutt'ora. Ma, proprio perché, giustamente, dei testi frega poco a chiunque, sono contento che i titoli in qualche maniera possano rimanere. Nella maggior parte dei casi si tratta di riferimenti diretti al contenuto dei testi; cambia invece là dove, ovviamente, un testo non c'è. I hate Euclid, ad esempio, dovrebbe essere un'espressione vagamente ironica, creata pensando al Cthulhu di lovecraftiana memoria, per interpretare una negatività totale.

Il disco è stato prodotto ai La Sauna Studio e il risultato è davvero ottimo, ogni particolare è messo in risalto senza snaturare la potenza dei suoni. Come si è svolta la fase di produzione? Siete soddisfatti del risultato finale?

(Luca) I La sauna studio sono un po' la nostra seconda casa, e i ragazzi che lavorano lì sono dei maghi e conoscono tutti i trucchi per farci suonare meglio di quanto in realtà siamo. Siamo soddisfatti sicuramente del risultato, anche se ogni volta che usciamo da lì e ci riascoltiamo dopo il normale periodo di decompressione, ci rendiamo conto che si poteva fare qualcosina in maniera diversa... ma è normale se si è degli “artisti” eternamente insoddisfatti... Siamo i peggiori critici della nostra arte. Io mi vanto di essere quello che in assoluto ha registrato di più in quegli studi, con i Fog, con Hot Gossip, con Mathians, con Tastiera e dio solo sa con cosa altro... eheheh... ho sentito dire in giro che stanno costruendomi una statua in giardino...

L’artwork è intrigante e volutamente “datato”, cosa vuole rappresentare?

(Luca) L'artwork l'ho amato da subito! Sono vecchie foto di parenti di alcuni di noi, e danno un immagine forte e rivoluzionaria di una parte di un Sud Italia a cavallo tra gli anni '60 e '70 che pochi conoscono o immaginano che sia esistita. Pensare che due donne avessero il coraggio di andarsene in giro così vestite in quegli anni, in una remota località del sud, rende appieno la forza di quelle foto.
(Marco) Per i motivi descritti da Luca, a parer nostro rende al meglio tutti i significati che si possono attribuire a Private South.

A Secret North uscì per la nostrana Dufresne Records, Private South con la britannica Paradigms Recordings, come mai questo cambiamento? Come siete entrati in contatto con la nuova etichetta?

(Luca) Ci hanno contattati dopo aver sentito qualche pezzo da myspace credo, abbiamo visto che quell'etichetta ha fatto uscire Jarboe e per noi era sufficiente. Ti da quella carica in più per tirare avanti qualche mese.
(Marco) Credo che Duncan, che sta dietro alla Paradigms Recordings, abbia creduto in Private South più di quanto al tempo ci credessimo noi... Come detto prima, quello dell'ultimo album è stato un travaglio lungo e faticoso, anche perchè, nel tempo, abbiamo trovato diverse persone ed etichette che si dimostravano interessate ad una pubblicazione, salvo poi scomparire nel nulla senza farsi letteralmente più sentire dopo qualche mese. In particolare, nel caso di almeno due etichette straniere ed una italiana la cosa è stata particolarmente frustrante, perchè trattandosi di etichette che rispettavamo per gusto e per catalogo, nonché dimostrando in teoria una certa serietà, ci facevano credere di aver finalmente trovato qualcuno che ci aiutasse a mettere al mondo il disco. Insomma, tanto più erano quotate e rispettabili le etichette in questione, tanto più ci siamo sentiti scornati una volta che queste – PUF! - sparivano nel nulla, rendendo poi più faticoso rimettersi a cercare. Ovviamente la data di uscita di Private South ne ha fortemente risentito.

Come sta andando l’attività live? Trovate difficoltà a suonare e poca apertura verso la vostra proposta oppure no? Ve lo chiedo perché molte altre band lamentano poca disponibilità nei loro confronti, soprattutto sul suolo natìo..

(Luca) Mah, non abbiamo mai suonato molto in verità. Ma in Italia, e credo un po' ovunque, se non ti sai vendere e/o se non sei bello combini poco in ogni campo. A noi va abbastanza bene così, visto che alcuni di noi hanno famiglia e figli. E comunque siamo più rock n roll di molti altri gruppi che si definiscono tali...
(Marco) L'uscita del disco non ha influito sulla nostra attività dal vivo, nel senso che non sono aumentate le occasioni di fare concerti (anche perchè il disco in Italia non è “ufficialmente uscito”; pare che con internet dischi ed etichette debbano incidere sempre meno sull'attività di un gruppo, ma di fatto da noi pochi si sono accorti di Private South). Occasioni che, negli anni, vanno calando. Forse perchè è cambiato il “sistema”, o la “scena”, o il mondo musicale nostrano, o come lo vuoi chiamare, nel senso che, rispetto a 10/15 anni fa, ci sono molti più gruppi e – strano a dirsi – molta più gente potenzialmente interessata a determinati tipi di musica; ma, contemporaneamente, sono diminuiti i posti dove suonare e, paradossalmente, è diminuito l'interesse generale verso la musica. Nel senso che molto più gente di prima va a concerti (in meno posti di prima), però spesso fregandosene della musica e dei gruppi: quello che interessa è la partecipazione stessa alla serata, l'evento in sé, con meno attenzione verso chi suona e alla musica in generale. Sarà che sono invecchiato. O sarà semplicemente che suoniamo poco perchè siamo considerati solo un gruppo di antipatici incapaci, cosa per altro non troppo lontana dalla verità considerando che in Italia ci ascolano in 4 o 5. Stando a Lastfm, però, pare che Private South vada meglio in Europa dell'Est, dato che ancora non riesco a spiegarmi. Forse sarebbe il caso di stringere accordi con la mafia russa ed organizzare dei concerti da quelle parti.

Bene ragazzi, siamo in chiusura; prima però ci piacerebbe sapere quali sono i progetti futuri.

(Marco) Evidentemente decisi a deludere anche quelle quattro persone di cui sopra, i pezzi nuovi sono abbastanza diversi rispetto al disco. C'è più elettronica, c'è più cantato, ci sono più voci, ci sono meno distorsioni, c'è meno tempo preso per esporre le proprie idee. In questi giorni stiamo registrando dei demo, e se il risultato ci soddisferà abbastanza, penseremo ad un ep gratuito da mettere su myspace o da qualche altra parte.
Per ottobre dovrebbe invece uscire un ep per l'etichetta Terra Desolata! (www.myspace.com/terradesolata) contenente qualche inedito, un paio di remix e di pezzi acustici.
Approfitto poi dello spazio per pubblicizzare gli altri progetti dei componenti dei FITS.
Luca, oltre a suonare con una altro paio di gruppi che al momento non hanno nemmeno un nome, fa elettronica per i cazzi suoi (http://www.myspace.com/weareyounglovers) e ha suonato nell'EP dei tastiera (http://www.myspace.com/tastiera).
Anche Adriano è lanciato con l'elettronica (http://www.myspace.com/akaeater), mentre Graziano ogni tanto fa delle colonne sonore per film inesistenti, ma credo che ultimamente sia un po' fermo (http://www.myspace.com/sorrysumo).
Nicola s'è buttato nelle competizioni di mountain bike e spero solo che non si rompa un braccio, mentre io – non so ancora perchè - canterò in un pezzo contenuto nell'ep di prossima pubblicazione di un gruppo black-metal atmosferico greco mentre l'estate scorsa ho inciso in camera mia un disco acustico in italiano che non ha mai ascoltato nessuno; chi avesse bisogno di un'ulteriore prova per disprezzare l'esistenza può contattarmi: sarò felice di mandargliene una copia.

Con questo è tutto ragazzi, buona fortuna per il futuro a nome di NeuroPrison.

Grazie a voi per il supporto, l'intervista e, soprattutto, la pazienza...


Neuros